La storia del sistema previdenziale
Uno sguardo alla storia della previdenza nel settore privato
I passi legislativi più importanti del settore privato
La previdenza nel pubblico impiego. Le date più significative
Uno sguardo alla storia della previdenza nel settore privato
Le tutele previdenziali dei lavoratori del settore del lavoro privato nel corso del secolo hanno avuto, nella nascita e nello sviluppo dell’assetto legislativo, un andamento lineare favorito dal loro radicamento nel tessuto sociale a partire dall’associazionismo mutualistico.
Basterà qualche accenno all’evoluzione registrata nel corso del tempo per rendersene conto.
Il 19 novembre 1919 tenne la sua prima adunanza il Consiglio di amministrazione della Cassa di previdenza per la invalidità e per la vecchiaia degli operai.
In Italia le date più significative partono dal 1919, con la trasformazione della Cassa di previdenza degli operai in Cassa nazionale per le assicurazioni sociali.
L’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia divenne così obbligatoria; un istituto giuridico, come venne definito in parlamento, che non aveva come base il contratto ma la legge, e che sanciva l’universalità per i lavoratori interessati.
Per diversi anni la Cassa non ebbe sedi periferiche e le sue funzioni vennero affidate alla rete, allora abbastanza estesa, delle Casse di risparmio e ad altre istituzioni come le Banche popolari e le Società di patronato. Il numero degli iscritti alla Cassa, nell’ultimo anno di volontarietà dell’iscrizione, ammontava appena a 659.700 unità, mentre gli occupati soggetti all’assicurazione obbligatoria erano stimati in 6.402.000 in agricoltura e in 3.915.244 in alte attività, per un complesso di ben 10.317.000 lavoratori. Il fallimento dell’assicurazione libera era stato cosi abbondantemente dimostrato dai fatti.
Il parlamento decise nel 1920 l’obbligatorietà dell’iscrizione. Molti diritti di tutela garantiti dalla “Cassa nazionale” erano stati via via acquisiti dall’Amministrazione della Cassa operai lungo l’arco del ventennio precedente.
Gran parte di questi diritti hanno resistito per decenni nella nostra legislazione sociale ed alcuni di essi sono validi ancora oggi, anche se in forma aggiornata alle esigenze attuali.
I passi legislativi più importanti del settore privato
1898: la previdenza sociale muove i primi passi con la fondazione della Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai. Si tratta di un'assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch'esso libero degli imprenditori.
1919: dopo circa un ventennio di attività, la Cassa ha in attivo poco più di 700.000 iscritti e 20.000 pensionati. In quell'anno l'assicurazione per l'invalidità e la vecchiaia diventa obbligatoria e interessa 12 milioni di lavoratori.
È il primo passo verso un sistema che intende proteggere il lavoratore da tutti gli eventi che possono intaccare il reddito individuale e familiare.
1933: la Cnas assume la denominazione di Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e gestione autonoma.
1939: sono istituite le assicurazioni contro la disoccupazione, la tubercolosi e per gli assegni familiari. Vengono altresì introdotte le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto. Il limite di età per il conseguimento della pensione di vecchiaia viene ridotto a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne; viene istituita la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell'assicurato e del pensionato.
1952: superato il periodo post-bellico, viene introdotta la legge che riordina la materia previdenziale: nasce il trattamento minimo di pensione.
1957-1966: vengono costituite tre distinte Casse, per i coltivatori diretti, mezzadri e coloni, per gli artigiani e per i commercianti.
1968-1969: con la legge n. 153, il sistema retributivo, basato sulle ultime retribuzioni percepite, sostituisce quello contributivo nel calcolo delle pensioni. Nasce la pensione sociale. Viene cioè riconosciuta ai cittadini bisognosi che hanno compiuto 65 anni di età una pensione che soddisfi i primi bisogni vitali. Vengono predisposte misure straordinarie di tutela dei lavoratori (Cassa integrazione guadagni straordinaria e pensionamenti anticipati) e per la produzione (contribuzioni ridotte e esoneri contributivi).
1984: con la legge n. 392, il legislatore riforma la disciplina dell'invalidità, collegando la concessione della prestazione non più alla riduzione della capacità di guadagno, ma a quella di lavoro.
1989: entra in vigore la legge n. 88 di ristrutturazione dell'Inps, che rappresenta un momento di particolare importanza nel processo di trasformazione dell'ente in una moderna azienda di servizi.
1990: con la legge n. 233, viene attuata la riforma del sistema pensionistico dei lavoratori autonomi. La nuova normativa, che ricalca per vari aspetti quella in vigore per i lavoratori dipendenti, lega il calcolo della prestazione al reddito annuo di impresa.
1992: con la legge 503, l'età minima per la pensione di vecchiaia viene elevata gradualmente a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne.
1993: con il decreto legislativo n. 124, viene introdotta in Italia la previdenza complementare, che si configura come un sistema volto ad affiancare la tutela pubblica con forme di assicurazione a capitalizzazione di tipo privatistico.
1995: con la legge n. 335, viene emanata la riforma del sistema pensionistico (legge Dini) che si basa su due principi fondamentali:
il pensionamento flessibile in un'età compresa tra i 57 e 65 anni (uomini e donne);
il sistema contributivo, per il quale le pensioni sono calcolate sull'ammontare dei versamenti effettuati durante tutta la vita lavorativa.
1996: con l'art. 2, legge n. 335, diviene operativa la gestione separata per i lavoratori parasubordinati (collaboratori coordinati e continuativi, professionisti e venditori porta a porta) che fino a quella data non avevano alcuna copertura previdenziale.
2004: viene approvata la legge delega sulla riforma delle pensioni. La maggior parte delle novità introdotte dalla riforma saranno operative dal 2008, mentre è entrato subito in vigore il provvedimento relativo all'incentivo per il posticipo della pensione.
La previdenza nel pubblico impiego. Le date più significative
La legge n. 1731 del 14 giugno 1864 istituì i trattamenti di pensione per gli impiegati civili dello Stato escludendo i dipendenti degli enti locali ed altre categorie statali che non svolgevano funzioni amministrative (Genio Civile, insegnanti elementari, ecc.).
Le leggi n. 2143 e 2217 del 26 marzo 1865 hanno esteso i diritti pensionistici anche al personale militare.
Dal 1895 al 1914 vennero create diverse Casse di previdenza, sul modello delle Casse operaie di mutuo soccorso.
L’amministrazione era concentrata presso la Cassa depositi e prestiti del Ministero del Tesoro.
Una legge (la 194 del 21 marzo 1912) aveva però fissato un tetto alla spesa complessiva per le prestazioni pensionistiche, e bisognava quindi che venisse esercitato un controllo sulle gestioni.
La legge n. 22 del gennaio 1942 soppresse l’Opera e l’Ente nazionale di previdenza Umberto I per i salariati dello Stato e istituì l’Ente Nazionale di previdenza dei dipendenti dello Stato (Enpas) con quattro sezioni: previdenza, assistenza sanitaria, assistenza economica ai salariati, prestiti su garanzia di una quota dello stipendio.
La legge 18 marzo 1926 n. 562 aveva istituito l’Iniel (Istituto nazionale degli impiegati degli enti locali e loro superstiti) con prestazioni analoghe a quelle stabilite per i dipendenti dello Stato.
Per effetto del Capo provvisorio dello Stato del 31 ottobre 1946 n. 350 l’Inadel (ex Iniel) divenne anche gestore dell’assistenza malattia per i dipendenti degli Enti locali.
Fin dai primi anni ’50 i dipendenti pubblici erano assistiti da cinque Enti distinti: il Ministero del Tesoro per l’erogazione dei trattamenti pensionistici agli statali civili e militari; gli Istituti di previdenza, con quattro distinte Casse, amministrati da una Direzione generale del tesoro che erogavano previdenza e “sovvenzioni” ai dipendenti degli enti locali; l’Enpas per l’assistenza malattia, l’indennità di buonuscita e forme di credito, per gli statali; l’Inadel per l’assistenza sanitaria e il cosiddetto premio di fine servizio dei dipendenti degli Enti locali.
Un primo assetto del settore che rispondeva ad un disegno di coordinamento fu realizzato nel 1974 con la Legge n. 70, ma i provvedimenti che avrebbero dovuto seguire per completare il disegno di riordino non vennero mai definiti.
Gli Enti con funzioni residue rimasero commissariati per oltre un decennio, anche se la legge n. 155 del 1981 (che apportò alcuni cambiamenti strutturali nell’Inps) prevedeva per Enpas, Inadel ed Enpdep lo scioglimento nel giro di un semestre).
Inoltre la legge n. 155 del 1981 confermò il commissariamento dell’Enpas, dell’Inadel e dell’Enpdep, enti previdenziali ridimensionati fortemente dalla riforma sanitaria, e pose il termine del 30 novembre dello stesso anno per il loro riordino.
Le cose però andarono in tutt’altro modo: di proroga in proroga, il regime commissariale si protrasse per circa un decennio, e invece di procedere alla riforma si ripristinarono gli organi di amministrazione normali.
Per accelerare i tempi e superare questo stato di cose le confederazioni Cgil, Cisl e Uil maturarono nel frattempo la decisione di ritirare le proprie rappresentanze dai consigli di amministrazione e da ogni organismo collegiale che avesse compiti di gestione.
Le ragioni erano molteplici: c’era non solo l’esigenza di contribuire ad una sempre maggiore correttezza della gestione ma anche di chiarire le funzioni della rappresentanza e definirne i confini dalla cogestione.
Venne così portata in primo piano da un lato l’esigenza di una riforma del sistema previdenziale, e dall’altro quella di un riordino degli enti previdenziali compresi l’Inps e l’Inail. In tale ambito è stata collocata anche la riforma di Enpas, Inadel e Enpdep che gestivano i trattamenti di fine servizio.
In seguito fu approvata la legge 274 del 1991 che dava un provvisorio assetto alle Casse gestite dagli Istituti di previdenza del Tesoro: e l’istituzione, anche per gli statali, di una Cassa pensioni, per completare così il quadro della previdenza obbligatoria pubblica.
Con la legge finanziaria del 1993 venne dato il via al riordino degli Enti, e con il decreto legislativo n. 479 del 1994 venne istituito l’Inpdap (Ente Previdenziale del Pubblico Impiego)
Il provvedimento unificò anche le tre Casse dei lavoratori marittimi in un unico ente (Ipsema) e venne definito dagli ordinamenti un nuovo assetto delle funzioni dei vari organi di amministrazione e controllo.
Nacque così, accanto al Consiglio di amministrazione ridimensionato nella composizione, un Consiglio denominato (CIV) al quale avrebbero partecipato anche rappresentanti sindacali assieme a rappresentanti delle Amministrazioni
Bisognò attendere vari Decreti prima di vedere completato il processo di unificazione; soltanto con il DPR n. 368 del 1997, l’Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici ebbe il suo “Regolamento di organizzazione e di funzionamento”. La costruzione, almeno per la veste istituzionale, risultò così compiuta.
Il progetto politico e sindacale di ridurre a tre soli gli Enti di gestione: l’Inps (per i lavoratori privati dipendenti e autonomi), l’Inpdap (per i dipendenti pubblici) e l’Inail per l’assicurazione antinfortunistica dei lavoratori privati e pubblici ha fatto negli anni ’90 fece notevoli passi avanti ma non è completamente concluso: restano ancora resistenze a difesa di interessi di categoria, che ricalcano la vecchia linea delle “peculiarità” di settore.